Recensioni |
“PRIMA MOSTRA D'ARTE” di Beatrice Squeglia- dal 20 al 27 ottobre 1963, al Circolo Nazionale di Caserta.
Recensione: G. B. Costanzo.
Dal quotidiano “Roma” del 1 novembre
– Domenica scorsa si è conclusa la personale di B. Squeglia e siamo felici di poter dire che mai unanime consenso di pubblico ha trovato in noi adeguata eco ed espressione. Indubbiamente c'è qualcosa, nell'arte come nella personalità di questa giovanissima pittrice, che la rende particolarmente simpatica e ben accetta: quel manifestare se stessa –ad esempio- in forme semplici e garbate, eppure non prive di originale contenuto lirico… La mostra che abbiamo seguito si articolava in tre zone: acquarelli, olii e gessi. La Squeglia si esprime senza difficoltà di tecnica, giungendo, talora, a risultati di notevole suggestione (Paesaggio sul Volturno), una ben maggiore ricerca s'intuisce negli olii… Pregevoli, infine, i due nudi femminili, dei quali quello semi-sdraiato sull'erba, nell'ottimo modellato e nei lievi trapassi cromatici, rende una ben dosata vibrazione chiaroscurale. Concluderemo, dunque, queste note, incoraggiando la giovane artista a perfezionare i risultati positivi ai quali è di già pervenuta.
“SECONDA MOSTRA D'ARTE” di B. Squeglia -24 dicembre 1964 –Circolo Finanzieri di Caserta
Dal quotidiano “Roma”: Successo di pubblico e di critica alla personale di B. Squeglia –“Una pittrice piena di talento”.
Recensione di G. B. Costanzo
La Squeglia si ripresenta dopo appena un anno al giudizio del pubblico casertano… Nella pittura –l'altra volta, notavamo una qualche incertezza: ora, invece, sembra che la Squeglia abbia trovato una sua via, più sicura, incisiva, più efficace. L'olio meglio riuscito ci pare “Zingari alla rotonda”, dove, ha saputo fondere ed equilibrare la ricerca compositiva ed i mezzi tecnici… nei bassorilievi “Natività”, “Il vicolo”, “Fedeltà” ci sembrano raggiunti una compostezza ed un equilibrio notevole. Proprio questo c'induce a credere molto nelle possibilità della Squeglia, che, giovanissima, ha già dato valida prova di sensibilità e capacità non comune.
Dal Periodico “La provincia di Terra di Lavoro” –Anni III° n. 4 -5. ottobre 1964.
Recensione di Vincenzo Perna
la Squeglia è già nota al pubblico casertano per aver debuttato, esponendo nei 1963 una raccolta di suoi “pezzi” che riscossero lusinghieri consensi… Ora il suo ritorno alla ribalta assume il significato e l'attestazione di una presenza sensibile e seriamente impegnata ai problemi dell'arte figurativa: lo dimostrano chiaramente i suoi lavori che hanno al fondo un contenuto sperimentale e che indicano la sua non acquiescenza ai risultati facili o acquisiti. La Squeglia sente che ha nel sangue una forza di scavo e di enucleazione della figura e del paesaggio, non indifferente. È opportuno che la Squeglia continui ad approfondire tecniche e contenuti, a chiarirli in sé affinché possa darci la sua compiuta modulazione che potrà essere di vera poesia, se conserverà integre le sue qualità ed ispirazioni più naturali.
Dalla Rivista bimestrale “ALLA BOTTEGA” del 1 febbraio 1975. Recensione di Pasquale Maffeo: …ma là dove finalmente si compone, e questa gioia, questa grazia persiste, recuperata dalla caducità dell'ora, il dono nativo si snellisce e si ferma in registri già personali, si rasserena in approdi certi di figure e di calchi, si decanta delle scorie d'acquisto in una nettezza di segni che lascia prevedere, di là della rigogliosa promessa. L'avvento di una persuasiva maturità.
Maggio 1974 , Da “Fogli d'arte contemporanea ” di G. Agnisola
Il discorso artistico di B. Squeglia è impulsivo e sofferto, quasi una confessione drammatica, tuttavia schiva e inizialmente trattenuta… Beatrice trasferisce la sua inquietudine sulla tela con padronanza del tratto; conclude, dove il momento creativo è più pieno, figurazioni dalla intensa carica emotiva. È, comunque, nella scultura( dove gli effetti chiaroscurali vengono trasferiti al gioco del pieni e dei vuoti ), che il suo dinamismo creativo trova spazio sufficiente per affermarsi. Qui, la Squeglia affida alle masse un modellare così aggressivo che risponde alla foga del dettato emotivo, e che coinvolge il fruitore in una tormentata analisi autocritica.
Sempre da “Fogli d'arte contemporanea”, citazione di F. Quarantotto: l'opera nasce di getto: alla meditazione si sostituisce l'intuizione e la sua elaborazione in chiave fantastica, su cui poi l'intelligenza critica si spande nel tentativo spesso riuscito di codificare in modi linguistici –apprezzabili nei toni e nei collegamenti –la costruzione, che parte sempre da un'innata visione architettonica piuttosto che dalla costruzione razionale delle componenti espressive… Noi auspichiamo che la nostra pittrice, ma soprattutto scultrice si decida finalmente a partecipare attivamente ai dibattiti attuali ed ad accettare temi e situazioni che con le doti naturali che possiede e le capacità che ha finora dimostrato la porteranno certamente a livelli di eccellenza su una scala più vasta di quella che indubbiamente già da ora e con pieno merito ha conquistato in Campania.
Dalla monografia “Ricognizione dell'arte” di B. Squeglia – di G. Agnisola
….Possiede una solida base figurativa, su cui ha liberato nel tempo la sua sensibilità artistica… Un delicatissimo carboncino che l'è caro come pochi lavori … intensamente espressiva e preziosa per le svariate sfumature del colore è “Contadina lucana”… Ecco una prima certezza della Squeglia: saper caratterizzare le figure, dando loro autonomia e assorta suggestione. Risalgono ai vent'anni le prime esperienze di bassorilievi della Squeglia. Li realizzava con una tecnica originale, incidendo cioè prima nella creta il negativo e poi colando sulle forme la scagliola. Una volta freddata questa, patinava le superficie di un bronzo olivastro che dava ai lavori un aspetto tra il metallico e l'avorio antico… Uno degli esempi più felici di suoi lavori in bassorilievo e quello del Palazzo Giordano di Caserta, dove nel vano d'ingresso della UPIM nella sinistra, sono sistemati dodici pannelli: otto in verticale in doppia fila, i più piccoli, intitolati: “Momenti”; altri quattro, più grandi, a destra di questi, ispirati al tema classico delle Stagioni… L'avvio è più che promettente; e tuttavia la Squeglia improvvisamente interrompe l'attività artistica. … Una nuova vita deve affrontare. Ora l'artista si è infatti sposata. Riprese a lavorare nel 1971, dopo otto anni d'interruzione. A tirarla fuori dalla lunga crisi fu il perdurare di un sogno: raggiungere una meta, Tetiaroa.… E' di questo periodo un pregevole lavoro: “Concupiscenza”, oggi in casa di amici carissimi dell'artista, i coniugi Ciarnelli. Si tratta di due figure: una infida e serpigna, l'altra combattuta dalla tentazione sensuale, cariche entrambe di drammaticità e di angosciosa tensione. Questo il soggetto. Il tratto è di una rara felicità. La resa espressiva è notevole. La figura maschile così viva e presente, può pensarsi quasi un simbolo o un'occasione. Il vero personaggio del quadro è la donna, col dramma della sua disperata fragilità… Ma una nuova urgenza espressiva riporta l'artista alla scultura… questi suoi lavori li chiama: “Fossili”. Ora nella sua arte gioca un ruolo importante la memoria… come persistenza di avvenimenti oscuri e insoluti, come ritorno spaventoso di angosce… E' il momento quindi delle figure raccolte, aggrovigliate nell'angoscia, nella solitudine, nel cieco e disperato pudore; i corpi contratti e raggomitolati nelle membra, il viso semi nascosto: “Pudore”, “Lottatori”, “Nodo” ed altre opere. In seguito dalla scagliola passa al granito. Quasi faceva spavento, per un non so che di paradossale e di insospettato, vederla lavorare: lei, così minuta, battere con violenza il durissimo granito… E' di questo periodo di sculture rupestri uno splendido lavoro in granito: una sirena, raccolta in una curva dolcissima, armoniosamente e simbolicamente ripiegata su se stessa: “Capri”. .. Già oggi B. Squeglia possiede una felicità espressiva che non molti possono vantare, e insieme un'ispirazione autentica, sorretta da un tratto sicuro…
Mostra alla S. Luca. 6 dicembre 1975. Dalla recensione di F. Quarantotto: B. Squeglia possiede un segno efficace, che le consente di costruire con pochi tratti un ambiente che attrae l'attenzione del recettore, conducendola, per vie sovente lineari, alla comprensione del motivo ispiratore dell'opera, al nucleo-matrice, dotato della carica emotiva più significante… ma soprattutto, assumendo il ruolo di motivazione di fatti interni, quadro e plastica, realtà artistiche a due e tre dimensioni, diventano proposte di una visione totale del mondo, da una angolatura che è essenzialmente quella di una donna, prima che di un'artista, che sente in chiave appunto femminile i temi che un'esistenza anche integrata propone… La grafica è il punto di partenza per la pittura della Squeglia ed il punto d'arrivo della sua scultura. Alla pittura essa suggerisce le linee, la struttura architettonica, l'essenzialità che si fa di per sé messaggio…
-CON SUCCESSO A CASERTA BEATRICE SQUEGLIA- Dal quotidiano “Roma” 18/ 12/ 1975 –
Recensione di A. Malinconico
All'impatto con le opere di B. Squeglia si avverte la necessità di chiamare in causa l'antica dicotomia contenuto-forma: perché mai come nel caso il primo termine sintetizza l'esteso campo in cui spazia la fantasia alla ricerca del cosiddetto soggetto, mentre il secondo indica il felice succedersi delle invenzioni e delle soluzioni estetiche in cui si esprime la genialità dell'artista. E' per forma, specie con riferimento alla scultura, intendiamo soprattutto un modo di disporre dello spazio circostante in funzione del quale il racconto si distacca sempre più da un parametro strettamente figurativo, come nei blocchi idealmente chiusi nel volume dei solidi; intendiamo ancora l'attitudine a risolvere la rappresentazione di un complesso armonizzato che trascende il particolare: pensiamo al “Macbeth” a quel groviglio di corpi fusi con estrema eleganza…
Mostra inquadrata nella “Settimana dell'Arte” presso l'aeroporto di Orly Ouest di Parigi. 31 marzo-11 aprile.
“BEATRICE SQUEGLIA Sculture “ Quartogruppo 1977. Monografia di F. Quarantotto
Il patrimonio culturale della scultrice è caratterizzato da un interesse vivissimo per l'uomo e per la sua condizione, per il rapporto che si instaura tra il singolo e la storia della sua specie, tra il singolo e la sua personale vicenda… Restano le adiposità elementari (e sono un recupero cosciente di una mitologia arcaica, e d'un preciso orientamento estetico e culturale), la forza “etrusca” della materia che porta seco il mistero e il fascino della sua origine, restano la corposità e il peso, ampiamente significato, reso affilato strumento d'arte… Le sculture maggiori nascono appunto dopo la lirica del dinamismo della massa e rappresentano un ulteriore introiezione dei moventi, un approfondimento decantato e raffinato delle pulsioni originari, sempre presenti…
Armano Manocchio –Poeta e critico d'Arte -
Beatrice Squeglia sviluppa con acume un processo metodologico che contiene in sé elementi espressivi abbastanza rilevanti, liberandosi da ogni atteggiamento manieristico. La costruzione analitica procede senza indecisioni, senza ripensamenti, senza sfasature. Le notazioni compositive, dove gli elementi colore-disegno-luce, ben dosati, si fondono agevolmente, conferiscono incisività alla composizione, mostrano coerenza stilistica e slancio emotivo… L'Artista, per dare validità al motivo pittorico, cura l'essenziale funzione del cromatismo. L'esercizio grafico è dimostrativo di un sostanziale equilibrio, il segno sciolto, guizzante, privo d'incertezze…
Guglielmo Ara –Critico d'Arte: é la prima volta che la giovane Artista si presenta alle nostre manifestazioni… sia in pittura che in scultura mette in mostra una tecnica veramente originale e propria, vedere le sue sculture ci sembra impossibile che da quelle “gentili mani” possono essere scolpite opere di così grande impegno e capacità…
PRO LOCO della Città di Caiazzo. Resp. sez. Letteratura Giuseppe Perillo.
(da Intervista Caprese):
… le mani, i corpi talvolta protesi, ascetici, altrove chiusi ad una infinita disperazione, che parlano dei soprusi e delle sopraffazioni subite. Vi è la visibile continuità del medesimo, profondo discorso, sia nelle sculture che nei quadri e nei disegni: forme, figure, immagini, colte nelle pose più inconsuete, talvolta sensuali, talvolta disperate, terribili, o assorte, ripiegate su sé stesse…
Gaetano Andrisani –Firenze 1988 –“Edizioni “Città di Vita”- … Per quanto riguarda la scultura possiamo assumere a espressione significativa sintetizzante “Concerto” che nel fluire sensuale della materia, si avvolge in poetici circolari ritorni e in equilibri armonici…
QUINTA GENERAZIONE EDITRICE FORUM –Novembre- dicembre 1974-
Di Sangiuliano
… Beatrice Squeglia è un pezzo di Lucania. Le sue figure… si prestano al tufo e al granito… Capolavoro ci sembra la sirenetta “Capri”, nella levitazione della massa e nella leggiadria delle linee, che fanno del sasso un'idea dalla lunga chioma; ed il granito appare sostanza di rosa, effetto di luce e colore. Belle pure le mani vegetali, stanche e protese, della dipinta “Contadina Lucana”.
Dal catalogo della Mostra -19-28 febbraio 1984 - a cura di Antonio Marotta
..., uno spirito corposo, materico; una voglia di operare una trasfigurazione mitica ed esemplare di momenti irripetibili ma anche del quotidiano: è forse questo, in parte o tutto, che alimenta le radici della scultura di Beatrice Squeglia, le sue esplosive, i suoi dubbi, le sue intuizioni, i suoi fantasmi vissuti o da vivere, i suoi colloqui con gli uomini, con le cose, le sue riflessioni sulla terra...
E' una pittura colta più nelle intuizioni che nella elaborazione; è una scultura penetrata ma scaturisce, al tempo stesso, da un nucleo non ancora identificato: il ventre di una donna, forse, largo, aperto, da fecondare come il solco scavato nella terra che si stende appena dietro casa, o i gonfiori della montagna che resistono alla trivella che cedono all'insetto che corrode, che perfora, che distrugge. E'il momento del buio: i misteri del castello antico, quello dell'adolescenza, affollano ancora le notti. Le immagini dei corpi che si sciolgono, che si uniscono, che si rincorrono anche nelle curve, sforano nei giorni e la scultrice li riproponi come vicenda soggettiva, autonoma, con risonanze umane, spirituali, sempre con una esaltazione o partecipazione di notevole purezza.
Dal Corriere di Caserta –CULTURA-
-Artecittà di G. Agnisola: B. Squeglia scultrice -
Beatrice Squeglia si tiene da anni lontana dal movimento artistico locale. Pure, è la scultrice più rappresentativa della nostra terra. La fisionomia espressiva della sua arte è intimamente connessa con la sua realtà di donna-artista, ed emblematizza una “condizione” psicologica che si riflette nell'opera con toni di originalità e con un forte vigore espressivo. Splendida autrice di ritratti e di figure, di bassorilievi connotati da un taglio stilistico che l'avvicina a Minguzzi, talora a Manzù, (si ricordano quelli dell'ingresso dei magazzini UPIM di Caserta) artista estremamente versatile, anche sul fronte delle arti puramente decorative, ella ha trovato nella scultura piena e tridimensionale una sua intensa cifra espressiva in equilibrio tra simbolismo ed astrazione. Riferimenti storici potrebbero essere Brancusi, Laureus, Arp. E tuttavia l'artista non varca mai la soglia dell'astrazione. Anzi, la sua arte pare piuttosto votata all'essenzialità, al simbolismo, rivolta ad un recupero di una sorta di primitività rupestre, di segni e forme arcaiche e successivamente da una sintesi di antico e presente. Sono le figure raccolte, i corpi rappresi entro uno spazio di materia addensata centripetamente attorno ad un nucleo centrale a costituire l'esperienza maggiormente rappresentativa del suo stile. Si tratta di forme organiche, essenziali e piene, che esprimono una duplice evidenza espressiva, una di natura squisitamente psicologica, una seconda più propriamente emotiva e sensuale. E i due connotati paiono contrapporsi in un contesto espressivo in cui l'evidenza dei contenuti allusivi è altrettanto sottolineata quanto la ritrosia, la schiva inquieta narrazione di sé…
Casertavecchia, lì 06 febbraio 2005.
don Pietro De Felice -
parroco della Cattedrale di Casertavecchia (CE)
… Nel continuare il nostro affettuoso colloquio, la Signora, nel parlare con discrezione e fatica di sé, mi confidò che era l'autrice di quei bassorilievi, risalenti agli inizi degli anni settanta, che adornavano la galleria di ingresso dell'allora UPIM in via Cesare Battisti, in Caserta, che io, da giovanissimo studente, apprezzavo molto chiedendomi chi potesse esserne l'autore. Così, con mia intima soddisfazione, in quel momento apprendevo che stavo parlando proprio con quell'allora misterioso autore e che oggi stavo conoscendo e apprezzando ancora di più.
Mi mostrò, allora, un vero capolavoro che avrebbe arricchito la sua prossima mostra: un bassorilievo in terracotta raffigurante a perfezione la facciata del Duomo-Basilica medievale di San Michele Arcangelo in Casertavecchia, dove mi onoro di essere il parroco.
Nel successivo settembre, pertanto, e, precisamente il tredici, fu inaugurata, con tanta affluenza di gente, la mostra, che rimase aperta per una diecina di giorni. Ebbi modo di apprezzare ed ammirare esterrefatto tutte le Opere che l'Artista espose che rivelavano la trasparenza, la immediatezza, la sensibilità e la gentilezza d'animo della Signora Beatrice. Sarei, perciò, orgoglioso e grato se, in futuro, la Signora Beatrice Squeglia volesse pensare a Casertavecchia quale sede naturale per altre sue mostre.
"La felicità creatrice" a cura di Andrea Esposito
Dal catalogo della Galleria aarte / Art & Co. (Caserta, Parma, Milano,
Lecce) 2014
Baudelaire era ossessionato da l’horreur du domicilie.
Il mondo è fuori, è in movimento, consuma esperienza, sedimenta storie,
genera amori, vite, sconfitte, sogni e incubi.
Esistono persone che vivono l’irrequietezza di cui parlava Bruce Chatwin,
che è una curiosità mai superficiale ma una continua e spesso estenuante
ricerca che porta chi ne è contagiato a pellegrinaggi geografici, culturali,
sociali e psicologici.
Beatrice Squeglia ascolta il mondo di esperienze di cui si nutre,
catturandone l’essenza emotiva ed il gusto del vissuto che tracima per dare
materia alle sue tele. Le opere sono rappresentazioni di uno specchio
emotivo nel quale sogni, sentimenti, ricordi e frammenti di vita si
mescolano sapientemente tra loro formando nuovi modi possibili o
impossibili, visioni, miraggi, illusioni e allusioni che catturano lo
sguardo dell’osservatore.
La delicata stesura dei pigmenti di colore in ampie e suadenti campiture si
fonde con un armonioso utilizzo della luce, creando uno straordinario
equilibrio cromatico che si contrappone paradossalmente alla sensazione di
deflagrazione emotiva che si ha nel porsi di fronte alla sua pittura.
Paesaggi onirici, talvolta surrealisti, sono i luoghi in cui i personaggi di
Beatrice danno vita al gioco delle parti nel quale inscenano in maniera
allegorica alcune tra le più profonde inquietudini dell’animo umano.
Un’assidua ricerca quella dell’artista, mossa probabilmente da un’
ancestrale curiosità che da sempre ha spinto l’uomo ad indagare sul proprio
Io.
I suoi lavori non si pongono però al fruitore come tentativo di risposta o
di analisi dell’inquietudini umane, ma piuttosto come una visione che tende
ad esorcizzare tali inquietudini attraverso la bellezza, innescando un
procedimento di sublimazione che trasforma in immagini le esperienze di vita
comune, creando così nuovi mondi.
Questo voler esorcizzare il “turbamento” si evince anche nella simbolica
trasfigurazione della figura umana in personaggi privi di espressione da cui
non traspare alcuna emozione tangibile, in tal modo essi assurgono ad una
vera e propria funzione apotropaica.
In questo modo l’Arte assume una funzione rasserenatrice per l’uomo, poiché
lo allontana proprio da quelle inquietudini che lo angosciano nella vita
reale.
Ma è la felicità il vero Deus ex machina che alimenta la ricerca artistica
di Beatrice.
La felicità è un sentimento che spinge in maniera più o meno conscia a
comunicare, ad esternare la positività e condividerla con gli altri e quindi
a cercare modi per esprimerla, creando qualcosa: una poesia, un dipinto, un
gesto, qualsiasi cosa.
Beatrice utilizza la felicità come strumento creativo della propria arte.
Per l’artista la “felicità creatrice” è volontà di espressione: dar sfogo a
quell’esigenza creativa che nasce ogni qual volta il fiume dell’anima è
straripante di felicità, un sentimento per cui, se non creo non riesco a
vivere.
"Critica" a cura di Flavio Quarantotto
Dal catalogo della Galleria aarte / Art & Co. (Caserta, Parma, Milano,
Lecce) 2014
Se l’arte ha una ragione, questa non può giacere nella comunicazione,
nella pura trasmissione di un contenuto. Semmai è “mettere in comune”,
offrire ad altri un qualcosa, magari assai lontano dalla realtà che
nell’artista ha suscitato prima lo shock dell’interesse e poi la fatica
della “narrazione”: un qualcosa capace di non lasciare indifferente l’altro,
il lettore, lo spettatore, capace, anzi di coinvolgerne la sfera emotiva e
quella cognitiva. Questo avviene quando quella realtà lontana, forse anche
mediata da altre forme d’arte, o soltanto da un ricordo, si spoglia del
reticolo di relazioni con l’occasione, perde le specificità che la collocano
nello spazio e nel tempo e da possesso particolare si dispone ad un accesso
possibile a molti.
Questo Beatrice Squeglia lo sa bene: ha studiato gli antichi e la loro
pittura che esprime i concetti, ha studiato dei moderni l’uso del colore che
si sostituisce alle cose e di De Chirico le architetture e l’annullamento
delle fisionomie nei manichini.
Era possibile andare oltre questi studi, andare oltre la metafora del
teatro. È stato per lei possibile semplificare ulteriormente le scenografie:
le quinte dell’orizzonte ora sono pura notazione atmosferica, le pareti
degli interni indizio cromatico di architetture verticali, le strade ed i
pavimenti piani di appoggio leggeri, destinati a reggere preferibilmente
ombre. Solo i protagonisti hanno consistenza, segnando in questo modo la
separazione netta tra le funzioni delle componenti del quadro: strutture
portanti e strutture portate, nella classica concezione dell’architettura. E
poiché qui è fondamentalmente architettura cromatica, la struttura portante
è luce, quella portata immagine. Donde la necessaria, attenta progettualità
dell’opera.
Il risultato è una proposta intensa, che, una volta attirato lo sguardo, non
lascia indifferenti. Non dice, ma interroga. Non esprime, ma invita ad un
esame, spesso ad un riesame. Inquieta, non soddisfa. E questo è l’anticamera
della risistemazione del proprio sapere.
I personaggi del quadro sono i Monoliti. Realtà fisicamente consistente
nelle sculture, costituiscono l’estrema purificazione dell’essere uomo dai
particolari che ne fanno un soggetto irripetibilmente singolare. In questa
singolarità ciascuno è monade ed incomunicante. Per aprirsi al colloquio
deve perdere quanto lo individualizza e recuperare quanto lo accomuna alle
altre infinite individualità.
È vero: non sono eliminabili i profili dagli incerti confini che raggruppano
tipi e categorie di soggetti, né sono del tutto eliminabili i segni che
giustificano il sussistere come persona, mai duplicabile; l’operazione però
vale come ricerca di una sostanza sottostante alle individualità. Tradotto
in linguaggio d’arte, i Monoliti sono emblema di umanità, che accettano
differenze marginali, appena accennate, orientate a mettere in luce, della
comune umanità, un aspetto saliente.
Questa rarefazione della realtà prosegue e si approfondisce nel quadro, che
accoglie come personaggi non le individualità che occupano le piazze ed
affollano le strade, ma la loro ipostasi, i Monoliti, appunto.
Certo, tutto questo ha bisogno di convenzioni che, assicurando la
condivisione del sistema linguistico, consentano a tutti di accedere ai suoi
contenuti. A questo mirano le didascalie e, spesso, i versi, che
accompagnano l’opera. Ma francamente basta un quanto di attenzione per
intendere questo linguaggio e qualcosa in più di sensibilità per avviarsi
verso le profondità a cui esso allude.
|